Tutta colpa degli agrumi di Spagna

Ho idea che se scrivessi che anche oggi c’è stato un naufragio, e che pure dei bambini son dispersi in mezzo al mare, poco importerebbe a troppa, troppa gente. Ne ho idea perché ormai l’abominio è diventato qualcosa a cui non solo siamo abituati, ma qualcosa che qualcuno ci sbatte in faccia come promessa elettorale, facendo presa nella pancia piena dell’elettore medio, che sazia la pancia, appunto, ma ha svuotato il cervello.

Ieri moriva una ragazza a Rosarno, nel campo fatto di tende donate dal Ministero dell’Interno, dove vivono stoccati come bestie gli schiavi neri impiegati nella raccolta degli agrumi. Non è la prima volta che accade, e come ogni volta i dieci minuti di sdegno lasciano spazio a nuove promesse abominevoli, che paiono scaturire dal buon senso. Tutti dicono che queste cose non devono accadere più (mai più) e le soluzioni fioccano: tensostrutture, ripopolamento dei borghi, l’ospedale di Rosarno – ultimato e mai avviato alla sua destinazione sociale. Quando promettono – i sindaci, i prefetti, paiono anche contriti.

Queste persone muoiono per scaldarsi, dopo una giornata di lavoro nei campi (10 ore per 15 Euro) o sul ciglio della strada (le ragazze) in attesa d’essere caricate sulle auto di chi, quando si tira su la lampo dei pantaloni, di “questi neri cattivi” in giro non ne può più.

Ieri è morta una schiava e altri ne moriranno, perché lo stato avvalla la schiavitù.

E io son diventata intollerante. Me ne sono accorta ieri, quando un insospettabile mi spiegava che questa situazione (quella di Rosarno) è colpa del governo che permette … “l’importazione degli agrumi dalla Spagna”. Come dire che utilizziamo la schiavitù. Per legittima  difesa, per rendere competitivi sul mercato i nostri prodotti.

L’idea che se vi dicessi che anche oggi in mezzo al mare son morte tre donne, e almeno venti persone tra cui anche bambini son dispersi non sarebbe notizia di cui dolersi, mi viene dalla naturalezza che ho visto negli occhi di chi ha perso del tutto la percezione d’umanità. Non si vede nulla oltre il colore della pelle di queste persone. Non si vedono più nella loro interezza, nella loro umanità, nelle loro caratteristiche uniche e distinte che li rendono esseri umani, esattamente come noi, tutti uguali e tutti diversi a seconda delle nostre personalità.

Ho provato a spiegare per qualche secondo che la colpa è sì della politica incapace di porre rimedio alla situazione, ma non ne regolamentare l’importazione degli agrumi dalla Spagna. Nel far sì che la riduzione in schiavitù sia perseguito come reato, nel far sì che si persegua lo sfruttamento della prostituzione minorile, nel far sì che l’operaio sia pagato come un essere umano, nel far sì che come tale e con la dignità che merita egli viva dignitosamente. Non è uno Stato benevolo quello che organizza tendopoli per l’accoglienza degli schiavi, ma è uno Stato che sempre più ci dovrebbe far vergognare.

Ho provato a spiegare ma mi sono arresa subito, perché è palese quanto ormai sia radicata l’idea del razzismo, nelle teste svuotate da un ventennio di chiacchiere e ignoranza, malaffare e miseria.

Non è democratico uno stato che tace di fronte all’abominio del razzismo, che legittima e autorizza la propaganda razzista, che consente di far del razzismo merce di scambio per una manciata di voti.

E la gente non è stanca, è solo ottusa. Anestetizzata, guarda al nero vedendone l’ombra, disumanizzandolo al punto di poter continuare a vivere ignorando persino l’umana pietà, continuando a uccidere anche la sua stessa umanità; ma non vive bene, semplicemente sopravvive, schiavo anche lui, in fondo, ma schiavo felice.

Rita Pani (APOLIDE)