Senza passione

È normale che il giorno dopo una qualsiasi tornata elettorale, ci si svegli tutti un po’ politologi, come è normale che a me venga l’orticaria di prima mattina leggendo le varie analisi buttatale là, sgrammaticate e rabbiose, velatamente minacciose. Oppure le altre, canzonatorie e divertite, tronfie per la prossima vittoria futura.

E io non mi appassiono.

La colpa è di chi non vota, oppure di chi ha voluto punire questo o quel partito, di chi non ha capito l’importanza di cambiare. Solo Peppe, ha meriti, e quelli nelle analisi vittoriose non si discutono, anzi! Si urlano così che arrivino il più lontano possibile nell’immenso mondo internettiano, che “il cambiamento” alimenta a colpi di ignoranza e semianalfabetismo.

E questo non mi diverte più; nemmeno il “ritorno al futuro”, del quale siamo stati spettatori nell’ultimo mese, in fondo, mi ha divertito. In altri tempi avrei scritto della “presa dell’arancino”, per esempio, ma oggi so che aggiungere una virgola a tutto il pattume già esistente, sarebbe solo ridondanza.

Poi la mia voce sarebbe contro corrente, e onestamente non sono certa di poter essere pronta a ricevere l’ondata di messaggi rabbiosi e insultanti che di solito fanno seguito ad un’opinione che vada oltre le tre righe farcite da punti esclamativi, e virgole di sospensione,  tanto è lo stesso che il punto – mi ha scritto un tale – si capisce lo stesso ,,,,

Si potrebbe ragionare sul coraggio e il dolore di non partecipare ad una tornata elettorale vuota e fatta di nulla, nella quale non vi era alcuna ventata di novità, che è stata capace solo di ribadire quel concetto difficile da digerire: “hanno vinto loro”. Vincono e vinceranno ancora, perché noi siamo incapaci di esistere, perché non abbiamo l’economia necessaria per esistere. Non abbiamo leader, non abbiamo avuto un ricambio generazionale, e perché abbiamo smesso di educare alla politica, lasciando che le menti dei ragazzi si aprissero al mondo, anziché rinchiudersi nei ghetti di ignoranza appositamente creati da chi, oggi, vince a mani basse sulla nostra inevitabile resa.

Se leggo un titolo di giornale che scrive “Exploit Casapound”, la passione mi si smorza ancora di più. Che ci resta da dire o analizzare? Sta tutta in quelle due parole, l’analisi che c’è da fare. È la conclamazione del risultato di un lungo lavoro, portato a termine con dedizione. Anni e anni di demolizione per poter finalmente rigettare le basi e costruire il deserto sociale, economico e culturale che ci seppellirà.

Rita Pani (APOLIDE)

 

 

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