Rimembranze

Quelle fumose serate invernali, chiusi dentro una stanza – spesso a casa mia – con del pane e del formaggio, qualche salame rimediato, e molte cose buone da bere. C’era già Internet, e lo sapevamo usare. Quando era il caso, si spegneva il computer e ci si ritrovava, appunto, a casa mia. Per parlare. Non che non ci fossero i cretini, quelli son nati per primi e di più si son riprodotti, ma c’era il limite imposto dall’opportunità che si aveva di dialogare.

Il dissenso, per esempio, che bella cosa era, tra un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino. Che pure se non eri d’accordo con l’altro, mentre gli dicevi il fatto suo, gli allungavi il bicchiere perché te lo riempisse. Poi c’era una cosa, tra quel fumo puzzolente, che non mancava mai. Era l’altro. Quello assente. Quello di cui non sapevamo il nome, ma che era là fatto del suo problema di vita, fosse il lavoro, la sanità, la povertà o l’istruzione negata ai figli. Eravamo tutti là,  in quel fumo che ogni tanto facevo uscire dalla finestra, che masticavamo tra le parole dette a voce alta.

Mi manca tutto questo, mi manca Fabrizio e la sua barba. Mi manca Lucia che sottolineava verità terrificanti con le bestemmie inventate lì, per lì. Mi manca l’arrendermi per sfinimento, e lo stimolo a pensare che mi lasciavano queste serate estenuanti, ricche e snervanti. Mi manca stare a sentire qualcuno che ragiona, limpido e coerente. Mi manca persino l’autoflagellazione imposta dal non poter negare la realtà.

Mi è tornato in mente, perché non so a che titolo, son finita in una discussione pubblico/privata tra la nuova generazione di aspiranti politici rivoluzionari, dove si esponeva al pubblico ludibrio un poveretto, reo “d’essersi fatto beccare” mentre pagata la TARES e il canone RAI.

Ho letto otto  messaggi, prima di far notare che forse il mio nome era capitato per sbaglio nel cumulo della lista, e mi sono accesa una sigaretta. C’erano così tanti zii tra porci e maiali, che ho pensato a te, Lucia. “Porco… ke dovevo fare???? Mi ci a mandato mio padre ke non ci andavo???!”

“sei coglione, cioè paghi il canone della RAI e ti fai vedere???? Non potevi andare a una posta lontana?”

Molte di quelle serate non finivano bene. A volte c’era da rivedersi molte e molte volte, per riallacciare i fili dell’amicizia che rischiavano di spezzarsi, perché il personale era politico, perché si era trasceso, fino a colpire laddove si sapeva di poter ferire; e a volte con l’intento di farlo davvero. Poi però, magari mentre si facevano due passi, ci si trovava davanti a un negozio chiuso per sempre, o la mano tesa di un mendicante, o il ragazzo del Senegal dal quale compravamo i calzini bianchi di spugna, e ci tornava in mente da dove eravamo partiti a discutere, fino a litigare. Era la nostra voglia di rendere il mondo un posto migliore, e la consapevolezza che non ci saremo riusciti mai.

Chissà che ne sarebbe stato delle nostre serate, se solo avessimo immaginato quel che dopo sarebbe accaduto. Se avessimo saputo che saremo arrivati al punto in cui, le tasse se proprio si devono pagare, lo si deve far di nascosto, per essere degni d’esser certificati quali rivoluzionari, forse avremmo trombato di più. Ubriachi e felici.

Rita Pani (APOLIDE RIMEMBRANTE)