Parole di (in) libertà

Il cuore, piano mi sussurra che dovrei scrivere qualcosa per rispetto alla memoria di chi è morto per la nostra Libertà, quelle parole che mi vivono dentro e hanno sempre fatto quel che io sono, ma è come se anche esse facessero resistenza, e non volessero liberarsi.

Hanno timore, forse, di andar sparse sulle altre e di mischiarsi nel mucchio con quelle che fanno slogan, che ricordano canzoni di lotta e vittoria, di sacrificio e d’orgoglio, doverosamente fatte piovere oggi solo per ricordare a chi ancora crede che essere liberi sia un valore, una conquista da non scordare mai. Oppure temono d’essere respinte con quelle che non hanno nemmeno lo spessore per diventare slogan perenni, gettate a caso da chi ingrato e immemore, ignorante, ha spento le ultime braci di una memoria che avrebbe dovuto salvarci.

Non è un bel gesto che fanno quelle parole resistendo alla libertà, ma le comprendo. Sono parole che vorrebbero dire per ricordare: cos’è il fascismo, cos’è l’invasione, cos’è la guerra, cos’è la fame, cos’è la forza di ribellarsi, cos’è la libertà. Quelle che in qualche modo alcuni di noi non hanno mai risparmiato per spiegare, per raccontare ciò che ci era stato raccontato (che per fortuna non lo abbiamo vissuto) e che di giorno in giorno, di anno in anno, son diventate sempre meno pesanti, sempre meno interessanti, svuotate del loro significato, travisate, imbruttite dalla storia che non abbiamo saputo cambiare, lasciando che altri ne scrivessero una nuova e abominevole.

Son la, sulla punta delle dita, col cuore che sussurra e la ragione che sorride cinica e invereconda, dopo aver letto, poco fa, che la resistenza oggi dovremmo farla sì, contro i popoli che ci invadono.

Le parole vorrebbero urlare, ma tacciono, saltellano nervose. Pietose sbuffano.

Il 25 Aprile è una bandiera rossa, una che dovrebbe sventolare in ogni porto quando una nave scarica a terra tutto il carico di vite salvate (ma poi abbandonate). Una canzone che suona ogni volta che si vive in pace, che si compie il proprio dovere, che si allunga una mano a qualcuno che cade, che si prende a cuore una vita non nostra, che si lotta per un diritto che non ci appartiene ma che diventerà anche nostro, ogni volta che il sentiremo di poterci esprimere liberamente, ogni volta che sentiremo l’urgenza di dover ringraziare qualcuno per essere stato con noi.

E’ liberazione ogni volta che finalmente liberiamo qualcosa che ci permetterà di guardarci allo specchio, dopo aver guardato  lo scempio del nostro paese, sapendo che noi, complici, non lo siamo stati mai.

E mai lo saremo, perché antifascisti lo saremo per sempre.

Rita Pani (APOLIDE ANTIFASCISTA)