No. Me too, no

Lungi da me voler dare un’immagine di superiorità, ma come donna mi son sentita a disagio questa mattina leggendo l’invito ad aderire alla “campagna del me too”.

Gli argomenti seri, le problematiche sociali serie, dovrebbero essere trattate con rispetto e serietà. Capisco che siano cessate o ridotte a farsette le proteste di piazza, capisco che ormai i più condividano la protesta “feisbucchiana”, comoda e indolore, ma la condizione della donna, nel nostro paese non si può oltraggiare più di quanto già non lo sia.

Sono convinta anche io che ogni donna abbia una storia da raccontare, ma non sono sicura che il finale sia uguale per tutte. Sono convinta anche che ci siano donne che la propria storia non vorrebbero mai raccontarla, perché a nessun’altra donna verrebbe in mente di organizzare una campagna “me too”, perché ci sono donne che nella storia recente con le loro scelte di vita sono riuscite a far regredire la figura di tutte le donne al Medioevo o un poco più in là. E fare finta che non sia così non è d’aiuto per nessuna di noi, e sarebbe irrispettoso del finale che ognuna ha scritto per la sua storia.

L’unico lavoro –fatto malissimo – che ho visto di Asia Argento, è stata la pessima conduzione di “Amore criminale”, una delle tre cose che guardo ancora in TV; non nutro alcun tipo di simpatia nei suoi confronti, ma quello che ancora le stanno scrivendo sopra i giornali, e le stanno ornando i commenti delle donne, è ripugnante.

È così triste la donna che odia la donna! Eppure capita più spesso di quanto non si voglia ammettere. Ci son donne che odiano il successo, la bellezza e la magrezza, la simpatia,  e la semplicità che hanno certe donne, di essere donne solo con un sorriso. Le donne che odiano le donne le riconosci dalla cattiveria fredda con la quale osservano le donne, da quelle parole sottintese che alla fine da uomo dicono: le donne son tutte puttane.

Da là poi è facile arrivare all’orribile sentenza: “Se l’è cercata”, che quasi sempre, purtroppo, è emessa dalla donna.

Tacere per non perdere l’occasione di far carriera non è una colpa, ma una scelta che io non mi sento di giudicare, perché quel che è derivato da quella scelta, in termini di dolore, di rimorso, di sofferenza io non lo so. E non è più grave perché la carriera era artistica, perché si è scelto di tacere per far parte di un mondo privilegiato, di quanto non lo sia aver accettato l’abuso del direttore di un supermercato per poter conservare il proprio posto da cassiera per mantenere i propri figli.

È grave invece, che per anni abbia imperversato il “modello del vecchio porco” che poteva abusare di ragazzine restando sempre impunito, che ha fatto credere a chiunque avesse un briciolo di autorità, di poter essere proprio come lui. È grave che per anni, decine e decine di giovani donne si siano messe in fila per essere acquistate come merce pregiata da chi poteva pagarle a peso d’oro, regalarle una carriera anche quando fossero state delle incapaci. È triste quando una donna pensa che in fondo non sia grave cedere il proprio corpo per aver in cambio un lavoro, perché quella donna non sa che il lavoro è un diritto – o almeno dovrebbe esserlo. Come è triste sapere che ci son donne che accettano la molestia sessuale e l’abuso, come parte del “gioco” della vita.

Tutte le donne, è vero, hanno storie da raccontare. Io ne avrei due, di cui posso solo dirvi la fine: non ho fatto carriera, mi fa ancora malissimo il piede, e sebbene siano passati molti anni, probabilmente qualcuno sente ancora i testicoli in gola. Ma io ho un’età, e quando m’incazzavo andavo in piazza a protestare.

Rita Pani (APOLIDE)