Le cose da dire

 

Avevo un’amica che parlava a fatica. Provò e riprovò in molti modi a sciogliersi la lingua, che mi disse le si era incastrata una notte di terrore, quando da bambina un vecchio seduto su uno scranno le sollevò la gonnellina col bastone. Provò le scuole, col canto e col sassolino in bocca, ma riuscì solo con l’aiuto di un buon bianco frizzante.

Quando così capì che le piaceva parlare, presi l’abitudine di andarla ad ascoltare una sera sì e una no, quando s’era fatto buio e nei camini non restava altro che qualche brace a scoppiettare. Ascoltavo e faticavo, sorridevo e stavo attenta a non correrle in soccorso, quando la parola pareva restare a metà della gola, incapace di uscire e le faceva stringere gli occhi e le lasciava la lingua ferma tra i denti, agitando le mani come a volersi scusare. Attendevo, sorseggiavo. Lei aveva tutta una vita da raccontare.

Li odiava tutti i vecchi col bastone, persino quello che abitava poco più in là delle nostre case, e più volte le vidi la pelle delle braccia accapponarsi, proprio come la mia quando vedo un geco sul muro o una lucertola al sole. Guardava quel vecchio e perdeva la parola, con gli occhi stretti e la lingua tra i denti. “Non lo so, non lo so, no lo so” ripeteva in modo forsennato, attendendo di ritrovarsi davanti al bicchiere per  chiedermi o forse per chiedere a sé stessa, se fosse stato davvero quello il motivo, o perché no, ipotizzava, lo scoppio di una mina nella miniera?

E poi ne aveva da dire del suo uomo, che forse la tradiva e che forse era felice che con lui non riuscisse a parlare, e che le cose gliele dicesse muovendo in fretta le mani, o limitandosi ai monosillabi quando adatti a spiegare le cose da fare e da spostare. “Tanto viene e poi va, e almeno mi metto a cantare.” A volte cantava anche a me, finendo sempre col ridere di questa stranezza, in vero assai comune in chi fatica a parlare.

Divenni la sua voce telefonica, la sua voce negli uffici, nelle pratiche da sbrigare laddove ci si dovesse presentare a stringere una mano o un accordo, a chiedere un’informazione e persino a litigare. Divenni la compagnia da bersi insieme al vino, alla sera.

Quando una sera entrai a casa di Paola, non le lasciai spazio per cominciare a parlare. Subito le sbuffai in faccia il fastidio di esser caduta anche io innamorata. Io che ero immune alla malattia. E condii tutto con molte imprecazioni e lamenti. Le parole le restarono incastrate un’altra volta, e la riportarono all’uso dei gesti. Mi prese le mani e quasi a forza mi fece sedere sul divano, pestandosi una mano sulla gamba, come se avesse fretta di sentire il resto:

“No c’è poi molto da dire, è così e non c’è nemmeno nulla da fare.” Le mani di Paola si agitarono ancora, e unì uno sbuffo spazientito, di chi voleva ancora sapere, di me e di quell’uomo incontrato per caso nel parcheggio di un supermercato, che non avrei visto mai, mischiato tra altri mille, di quel viso che non avrei notato se non ci fossi arrivata così vicina. Di quell’uomo che avrebbe potuto apparire banale, forse perché nemmeno sapeva d’essere speciale.

Avevo un’amica che faticava a parlare, ma che imparò presto ad ascoltare.  Avevo un’amica che faticavo ad ascoltare, ma l’unica che anche oggi riuscirebbe a farmi parlare.

Rita Pani  BREVISSIMI DIVERTISSEMENT