L’assassino va in TV

L’ha strozzata, poi gettata in un dirupo. Tre giorni dopo ha denunciato la scomparsa della sua compagna. Nel frattempo era andato a Roma, aveva abbandonato un po’ di bagagli alla stazione Ostiense, e già che c’era s’è rivolto a “Chi l’ha visto?”

Poi ha confessato. L’ha ammazzata perché era geloso. Ah! A proposito, anche a Cerveteri un romeno ha ucciso sua moglie, ma stava scritto piccolo piccolo, sul giornale, così come si usa ora nell’epoca multimediale, che una notizia tira l’altra come le ciliegie, e volendo puoi esprimere anche il tuo “mood”, l’umore o la sensazione che ti ha provocato la lettura dell’articolo. Triste 90% e forse il restante dieci non sa o non risponde.

Leggendo la notizia mi aspettavo di vedere le solite forti prese di posizione sui Social Network, e già mi vedevo infastidita dalle solite banalità colorate di bianco, pure e semplici come si addice alle anime buone. Invece nulla. Non un richiamo, non un invito alla sensibilizzazione; segno che ci stiamo abituando, come spesso accade a superare le tragedie altrui con le nostre piccole e miserabili certezze quotidiane, indotte dall’informazione di regime, capace di cooptare le coscienze del popolo.

Anche i drammi e le tragedie umane son da divulgare a seconda dell’occorrenza, e forse le ennesime vittime di una società ormai troppo malata, non erano utili in questo momento in cui si tende a distrarre con la nuova saga politica della “famigghia” brianzola, insulsa e ridicola, a sua volta utile a non lasciarci il tempo di concentrarci su quelle notizie che scompaiono dai giornali ancor prima di comparire. La prossima stangata fiscale, o la fuoriuscita del nostro paese dal G8 sarebbero due esempi calzanti.

Non voglio pensare, invece, che il silenzio di chi ha persino scippato il nastro rosso dei malati di AIDS, per porlo sulle maglie dei difensori delle donne ormai uccise, sia stato deviato dal fatto che le ultime donne uccise fossero extracomunitarie e peggio dell’est.

Ma proprio a fa dimenticare, ad educarci all’abitudine serviva il conio del neologismo “femminicidio”. Creare un fenomeno sociale che potesse assolverci tutti, nel momento stesso in cui ci fossimo trovati di fronte alla constatazione che “son troppi” i casi in cui una donna viene uccisa e quindi non possiamo piangerle tutte.

Così come è stato per i morti ammazzati di suicidio per povertà, e ancor prima i morti ammazzati di lavoro – per i quali ci si inventò la pudica “morte bianca”, dolce come quella che coglie i bimbi nelle culle, e le morti per disperazione dei migranti finiti in mezzo al mare, che per sconvolgerci fino alla lacrima devono essere almeno 300 e tutti insieme. Così tanti da non poterli ignorare.

E fa tristezza, quindi, dover ammettere che se un assassino non avesse avuto la faccia tosta di andare in televisione, forse oggi avremmo letto solo: “un’altra donna è stata ammazzata. Era un’ucraina.

(Postilla: non essendo sicura della nazionalità della donna, sono andata a controllare. La notizia non c’è più.) Amen.

 

Rita Pani (APOLIDE)

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