L’articolo 18 non si tocca?

 

 

Mi piace quando leggo la tenacia con la quale si vuole mantenere vivo l’articolo 18. Solletica la parte più incazzata di me. Parliamone quindi, di questo articolo di tutela del lavoratore, che non permetteremo a nessuno di cancellare! Perché mai, permetteremo al padrone di licenziarci senza giusta causa. Perché è fondamentale oggi, Resistere. Resistere. Resistere.

Ho scritto una cazzata!

Quel 23 marzo ero anche io tra i tre milioni al Circo Massimo, goccia del fiume rosso che aveva invaso Roma, che scorreva da tutte le strade, e che si fermò là a combattere il nemico. Tanti. Eravamo tanti e tutti ancora convinti che prima o poi, il capitalista criminale al governo sarebbe stato battuto. Son passati 12 anni, ed è un lungo tempo per la memoria. È quasi il tempo di una generazione. Immagino che uno dei ragazzi che oggi combatte “condividendo link” all’epoca stesse a casa – che forse non c’era scuola – o ad approfittare della tiepida giornata per fare una gita con mamma e papà, che anziché scioperare e perdere la giornata, avevano preso una giornata di ferie. Perché erano già gli anni del berlusconismo che aveva cambiato il modo di vedere e fare le cose. Chi era in piazza quel giorno, infatti, era l’ultimo residuato di un comunismo imperfetto, che ogni giorno perdeva un pezzo di sé.

12 anni, e oggi ci incazziamo perché il pupazzo messo al governo dal capitalismo malato di criminalità ci insulta: “La difesa dell’articolo 18 è una difesa ideologica”. Mi spiace debba toccare a me, ammettere con tristezza infinita che è vero. È vero, solo che il pupazzo non ha il coraggio di motivare l’affermazione, io sì – con tutto il dolore possibile.

È vero, perché l’articolo 18, di fatto non serve più, dato che – di fatto – non esiste più lo statuto dei lavoratori. L’articolo 18 è in pratica l’ultimo ologramma a cui si appiglia il lavoratore, che probabilmente è pure disoccupato. Che lavora a nero, che ha un contratto di schiavitù, che non ha alcun tipo di tutela, che è stato assunto – scusate, che brutta parola – stabilizzato, dopo anni di precariato che non davano diritto alla malattia, al tfr, alle ferie.

Difendere l’articolo 18 ad oltranza, è come conservare l’ultimo baluardo di qualcosa che non c’è più. Il diritto al lavoro. Non è un solo articolo che avremmo dovuto difendere con la forza, ma proprio il sacrosanto diritto di lavorare per garantirci un’esistenza dignitosa. Non ci siamo riusciti, ed è questo il fallimento maggiore che dovremmo riconoscere.

Ci hanno reso tutti schiavi, e non hanno ancora finito. Quindi mentre restiamo concentrati su una cosa, finiscono di demolire tutte le altre. Le lotte dei lavoratori, che tanto ci avevano dato, sono state vane. La FIAT ne è un esempio eclatante, come lo sono tutte quelle realtà scomparse, i territori del Sulcis devastati, impoveriti, e finiti nel deserto della povertà e della migrazione. Città intere – Carbonia, la mia, ne è un esempio – che si svuotano diventando sempre più languide, con la vita concentrata in un quartiere dove stoicamente resistono un centro commerciale, e qualche ipermercato cinese. Tutto il resto è nulla.

No, questo il pupazzo non lo dirà mai. Non dirà mai che ci son persone che non perdono il lavoro, ma perdono lo stipendio pure se stanno a casa per curarsi un cancro, perché non è riconosciuto il diritto alla malattia. Non vi dirà mai, che la difesa dell’articolo 18 parrebbe ideologica dal momento che ormai chi ti assume lo fa di tre mesi in tre mesi, con contratti da schiavitù rinnovabili a seconda della volontà del padrone. Non vi dirà mai che tutto è già stato scritto, e che qualunque cosa ci venisse in mente per reagire, sarebbe utile solo al nostro animo ferito.

Ma per spiegare questo, dovrei scrivere un’altra cosa, rammentando ai deboli di memoria cos’era uno sciopero generale, cos’era il diritto allo sciopero e quale effetti aveva sull’economia di uno stato. Tutta roba che non è più.

Rita Pani (APOLIDE)