La barbarie non ha colore

Di tutte le cose che non sopporto più, in questa deriva idiota, ignorante  e nazista, la peggiore è quella che spinge obbligatoriamente, anche gli esseri rimasti umani e civili, a dover ricorrere al: “e allora?”

Il danno arrecato dall’induzione al razzismo è gravissimo da qualunque parte lo si voglia guardare, nauseabondo e avvilente.

Ci caschiamo un po’ tutti nel “e allora?” a volte per necessità, a volte perché il cretino vince sempre, perché è impossibile combatterlo e abbatterlo con le parole. Ci mancano quelle giuste e insensate col quale ribattere alle sue esternazioni.

Così di fronte a un atto di barbarie che fa inorridire tutti, non resta altro da fare se non l’elenco più completo possibile di tutte le altre barbarie che nel tempo breve di uno sputo hanno fatto inorridire solo le persone ancora dotate di umanità.

È morta una ragazza di sedici anni, hanno arrestato due neri. Il web s’infiamma e si corre dal pacifico: “prendiamoli tutti e rispediamoli a casa” al più deciso e indignato “impicchiamoli e pena di morte”.

Qua subentra la necessità della risposta facilitata per cretini: “E allora …?” Una, due, tre, quattro … mille donne stuprate, uccise, contagiate volutamente con l’AIDS. Mogli, figlie, nipoti, bambini, ragazze, ragazzi devastati dal mostro bianco e italiano, marito o padre, zio o fratello, amico di famiglia, poliziotto, carabiniere, medico o pediatra.

Ma è inutile, come inutile è sciorinare numeri e statistiche, studi sociologici. Non serve perché è più rassicurante pensare e fortemente credere che il mostro sia sempre l’uomo nero, quello che in Sardegna, quando ero bambina era “Mommotti”, lo spauracchio capace di riportare all’obbedienza ogni figlio capriccioso.

Se tutta l’energia sprecata a gridare “all’uomo nero” venisse veicolata nel porre attenzione al nostro prossimo, alla donna abusata che urla restando inascoltata dal vicino che per non sentire aumenta l’audio della televisione, nel porre attenzione alla tristezza di un bambino a al suo mutismo,  alla figlia di un’altra donna che non si guarda mai negli occhi perché ogni giorno si spengono un poco di più, forse si potrebbe  cooperare per creare un mondo migliore. Se la suocera di quella donna siciliana, madre di qualche bambino, uccisa e fatta sparire dal marito che per viver beato la mandava a prostituirsi non avesse detto davanti a un microfono: “Colpa sua, che se ne voleva andare”, avremmo potuto pensare che il mostro fosse nero. Se nel ricco veneto una famiglia non stesse ancora in pena, non sapendo dove sia il cadavere della propria figlia e sorella, nascosto dai suoi tre assassini ricchi e veneti, sì, il mostro potrebbe essere ancora nero. È normale che sia comodo vedere nero, quando è il bianco a terrorizzarci, perché i bianchi siamo noi, e abbiamo figli e vorremmo vivere sereni.

Solo che non si può più, perché questo mondo lo abbiamo ucciso uccidendo l’umanità e abbiamo paura ogni volta che i nostri figli escono da casa, per esempio a Oristano, e che non tornino più, perché gli amici del nostro bambino per un pugnetto di Euro lo uccidano e lo facciano a pezzi gettandolo a caso in mezzo a una campagna.

La barbarie è barbarie. La barbarie non ha colore.

Rita Pani (APOLIDE)

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