Il vomito fascista

Ho già raccontato molte volte della mia vicenda giudiziaria, del senso di sconfitta che mi diede l’essere stata denunciata da un “partito fascista”, da un tizio nominato “federale regionale”. Ma mi sento di dire ancora una volta dello sgomento che provai, seduta di fronte a un maresciallo dei Carabinieri, quando vidi tra le sue mani un foglio che aveva stampigliato sopra un fascio littorio. La nausea.

“È un fascio littorio quello? Non è esso stesso un reato?”

La risposta del maresciallo era stata una di quelle senza parole, con le braccia che si allargano, i fogli che cadono piano sulla scrivania e poi gli occhi al cielo, prima di dire: “Sì, ma io ho ordine di …”

Gli eventi poi mi hanno dato ragione, ma io ancora non ci ho fatto pace e ammetto che da quel giorno in poi la mia voglia di Resistenza e di Lotta si è affievolita, un po’ stanca e cosciente della sua inutilità. E i fatti di allora, come quelli di oggi, mi stanno dando ragione.

La domanda che in questi anni più spesso mi son posta è stata: “Su quanti autorevoli tavoli è passato quel fascio littorio e che cosa ha visto  esattamente il magistrato che mi ha rinviato a giudizio?”

Un documento ufficiale recante il simbolo fascista decretava la nomina a federale regionale di un cittadino italiano, in Italia. Cioè, si metteva nero su bianco che si stava contravvenendo ad una legge dello Stato; si andava smaccatamente contro i principi sanciti dalla nostra Costituzione (quella che dovevamo salvare perché bla, bla, bla.) eppure io che con i miei scritti avevo sempre difeso i principi di democrazia e di libertà, sono stata indagata e processata. Non riesco e non voglio credere che il magistrato sia semplicemente stato distratto. Probabilmente avrei dovuto chiederne conto ma non l’ho fatto; non per codardia, ma per solitudine. Perché mi sarei trovata a combattere contro i mulini a vento senza alcun supporto se non quelle frasi di circostanza distaccata, che spesso sono dette per far belli chi le scrive più che per essere parte integrante della forza collettiva.

Perché è proprio dalla perdita del senso di collettività, di comunanza, di partecipazione che si è arrivati fino a qua.

È da più di un ventennio che lasciamo violentare il senso e il valore delle parole, che ci abituiamo al loro svilimento, già da quando un mezzo criminale stuprò democrazia e libertà, iniziando l’opera di riciclo dei fascisti che probabilmente non avevamo cacciato ad una profondità adeguata. Abbiamo lasciato che i nostri figli venissero allevati al consumo nell’ignoranza,  che si adeguassero alle leggi dei mercati più che alle regole che la storia ci ha imposto. Che da poveri combattessimo altri poveri, minando i confini del nostro orticello, e alla fine siamo arrivati qua, dove un manipolo di malfattori, burattini ignoranti, affaristi incancreniti finissero l’opera a colpi non solo di libertàh ma aggiungendoci un poco di honestà.

Perdonatemi quindi se non mi stupisco per il rigurgito o vomito fascista di ieri, non suona nuovo alle mie orecchie, e ho deciso di conservarmi così: comunista come sono, con tutto il mio bagaglio di idee e di ideali. Mi è necessario per guardare a un domani migliore, pure se ancora non lo riesco ad intuire. E se state pensando che comunismo non ha più senso, che io sono un reperto archeologico, che queste dispute non abbiano più senso, beh, mi dispiace tanto per voi. Vuol dire che vi hanno fatto più male di quanto mai riuscirò a dirvi.

Rita Pani (APOLIDE)