Il sempreverde Che

Povero Ernesto, passato da una maglietta a un manifesto leghista. Che fine orribile per il mito Comandante, e che tristezza constatare una volta di più l’aberrazione della non politica italiana.

Io la ho ancora la maglietta, riposta con cura perché non l’ho usata più dall’ultima volta che l’ho portata in piazza con coscienza e devozione, a rappresentare tutto quello che la mia ideologia mi ha permesso di pensare, fare e combattere. Ideologia che fortemente rivendico e mantengo, che mai potrò rinnegare.

Che ne sa un maroni qualunque, un leghista imbecille, di Che Guevara, del suo pensiero, della sua vita e del suo sacrificio?

Ma ormai siamo a questo punto, e temo che dovremo farcene una ragione.

E senza mai perdere fiato continuerò fino alla fine a dire che è esattamente il punto al quale vi hanno obbligato ad arrivare, svuotandovi di ogni logica, uccidendovi ogni forma di pensiero e di consapevolezza, ogni volta he vi hanno sussurrato all’orecchio che la politica era una cosa sporca dalla quale stare alla larga, ogni volta che ci avete creduto, ogni volta che avete ripetuto (anche a me) che destra e sinistra erano uguali, che comunismo e fascismo non esistevano più, che eravamo residui di cose vecchie e sorpassate, che bisognava far spazio ai giovani e “rottamare”, che i partiti politici non avevano più senso d’esistere. Vi hanno fregato. Cento volte ve l’ho detto e mille altre ve lo dirò, fino a quando avrò voce.

Un manifesto leghista che reca l’effige del Che Guevara per inneggiare alla rivoluzione, dovrebbe essere un chiaro esempio di quanto poco rispetto si ha per il termine stesso “Rivoluzione”.

Le Rivoluzioni sono una cosa seria, ed è per questo che in questa nostra landa desolata non si potrà fare mai. Non siamo popolo da Rivoluzione, anzi, nemmeno siamo popolo. Siamo poco più che un esercito di automi, col pensiero unico veicolato, incapace persino di discernere tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Lo scrissi una decina di anni fa (e odio citarmi addosso) che sviliti termini come democrazia o libertà, sarebbe arrivato il momento di “Rivoluzione”. Non era bastato il giullare e il suo ridicolo movimento di baldi giovani ignoranti; ci mancava la lega razzista di maroni e salvini, che guarda caso usano l’immagine del Che, per arruolare la gioventù padana che forse non sa o non ricorda i fucili di bossi o il carrarmato di cartone delle precedenti rivoluzioni padane, impietosamente finite nelle aule giudiziarie per furto di danaro e diamanti, per figli imbecilli laureati in Albania, per le auto costose comprate col danaro italiano rubato ai poveri fessi che tenevano in tasca le banconote del monopoli leghista, con la faccia di bossi stampigliata sopra.

Non posso negare, comunque, di restare in attesa della rivoluzione che cambia colore, che da rossa diventa verde. Non posso rinnegare il mio animo curioso, non posso calmare la mia sete di sapere. Forza maroni, che la vostra rivoluzione abbia inizio. Per prima cosa fuori gli immigrati dalla Padania, però. Perché se non affami il tuo popolo, difficilmente sarà portato a ribellarsi, e glielo devi spiegare così: smettendo di sfruttare le anime che dici di coler combattere. Perché la storia ci insegna (oddio, forse ai leghisti no) che le nazioni xenofobe spesso sono quelle che basano la propria ricchezza, proprio sullo sfruttamento della mano d’opera straniera.

Resto comunista, conservo stretta la mia ideologia.

Rita Pani (APOLIDE)