Il privilegio del lavoro

L’Italia era una Repubblica fondata sul lavoro, ora non lo è più.

Un paesello demolito a colpi di propaganda e mistificazione, umiliato da più di vent’anni di razzie, governato da banditi che prima di vuotare le casse, ci hanno rubato i diritti, rendendoci poveri e forgiandoci ignoranti, così che a nessuno potesse tornare in mente, che è lecito protestare, chiedere ancora pane e lavoro.

L’erosione è spesso lenta e paziente, e così è stato anche per noi. Giorno dopo giorno, con opera doviziosa, il diritto al lavoro è sparito lasciando intendere che bastasse un colpo di fortuna, una sobria ed elegante prostituzione o una tangente per poter ottenere il lavoro ben retribuito o il danaro necessario a soddisfare ogni voglie e ogni velleità.

Ma non tutti son fortunati, e non è difficile comprenderlo, per cui si è creato il nemico: di solito quello “nero” che arriva dal mare per rubarti tutto, anche la dignità ogni volta che affermi con convinzione, che la colpa della tua disgrazia è loro, degli ultimi, rifiutati a parole e schiavizzati con i fatti.

Si chiedeva pane e lavoro una volta, quando ancora il primo articolo della Costituzione aveva senso, e se è vero che si rischia di cadere nel “si stava meglio quando si stava peggio” è pure vero che il problema non è il lavoro che non c’è, ma la razzia che abbiamo permesso ci fosse, proprio essendo complici di un sistema che solo a parole prometteva vita facile e danaro, che insegnava a consumare più di quanto fosse possibile guadagnare, che spingeva a non sapere, che pian piano ha insegnato anche che era inutile protestare.

Lenta lenta, l’erosione si è portata via tutto quel che era lecito sognare, lasciando tracce di nuovi sogni  inutili da sognare, e nuove grida per protestare: “Vogliamo il reddito di cittadinanza”, gridano alcuni, che il lavoro non c’è più. E anche quando c’è non basta, perché altri hanno voluto riformare. Riforma, infatti, la chiamano, questa riduzione in schiavitù, che il lavoratore lo succhia e o lo svuota, lo umilia, e poi lo getta via, quando non serve più.

E frana dopo frana siamo arrivati fino a qui; fino alla propaganda che ci racconta la favola di un paese che non esiste, e che non è esattamente come lo vorremo noi. “La donna al nono mese ha avuto un lavoro!” strillano i giornali – proprio come se fosse un miracolo. “Ecco a voi, siore e siori, un lavoratore pubblico che non si è mai ammalato in quarant’anni”, e che con cuore colmo di gioia ringrazia per “il privilegio” di avere uno stipendio.

Leggo e impallidisco, ma il mio pallore è invisibile. Leggo di operazioni di marketing aziendale passate come meritorie opere da cui tutti dovremmo imparare. Leggo gli applausi alla normalità che diventa eccezionale in un paese che non ha più coscienza di se stesso, dei suoi diritti e dei suoi doveri. E capisco che non siamo più capaci nemmeno di pretendere il rispetto della nostra dignità.

Leggo ogni tanto che qualcuno si uccide, e non trovo nulla di utile da dire, perché pure la morte ci attraversa trovandoci intenti a rafforzare soltanto la nostra indifferenza, utile a esorcizzare la consapevolezza; la preoccupazione che in fondo attanagli chiunque sa, che ormai “il privilegio” del lavoro, potremmo perderlo anche noi e che certo non troveremmo solidarietà alcuna, ma semmai la soddisfazione altrui.

Così è sempre, quando i poveri combattono tra loro;  e siamo in guerra.

Rita Pani (APOLIDE)