Il paese del disincanto (Favola per Lucrezia)

 

Ho promesso a Lucrezia di raccontarle una favola, una di quelle che la prenda per mano per condurla in un sonno dalla dolcezza infantile. Ma io le favole non le ho scritte mai. Iniziano sempre con “C’era una volta”, e questo ti dice che ormai, qualunque cosa fosse, non c’è più. Poi si svolgono sempre “lontano, lontano”, forse per tenerci al sicuro dagli orchi e dalla miseria, dalla fame e dalla carestia, dalla cattiveria del Re. Nelle favole ci sono le magie delle fate, gli gnomi son buoni, Lei è sempre principessa, anche quando non lo sa e arranca nella vita, e l’uomo è sempre un cavaliere: e più favola di così, si muore. C’è di buono nelle favole, che finiscono sempre che tutti vissero felici e contenti.

E come si fa a scrivere una favola così? Potessi farlo, intanto, scriverei: “C’è adesso, proprio qua, nel regno incantato nel quale viviamo, il cavaliere che si è fatto re …” Potrebbe essere questo l’inizio, che nulla di buono lascia presagire.

Era un vecchio re, il quale aveva deciso che non potendo essere immortale, avrebbe pagato tutto l’oro che possedeva per far credere al suo popolo incantato che almeno stava ringiovanendo. Si circondava di giovani aspiranti principi e principesse, e per illudere i suoi sudditi che fosse persino alto, assoldò uno gnomo, brutto e arcigno, e gli attribuì un titolo nobiliare, uno che risarcisse il disgraziato di anni e anni di vessazioni alla quale la vita l’aveva sottoposto. Stavano tutti rinchiusi in una reggia, coperta d’oro e arredata di brillanti. Ne aveva di schiavi! Il dottore, l’avvocato, il dentista, l’ingegnere, il sicario, il cuoco, il mago parrucchiere, il prestigiatore sarto pagato per farlo sembrare più snello, e le innamorate – le serve a cui toccava a turno il compito più ingrato.

La gente incantata intanto viveva sopita e di tanto in tanto capitava che qualcuno distraendosi, provasse a ridestarsi. Allora, magari per strada, provava a gridare: “Ma che è questa puzza?” L’urlo, tenuto rinchiuso per tanto tempo, con una sorta di effetto domino, provocava altri urli, e tutti si ritrovavano per strada e nelle piazze a chiedere insieme: “Ma cos’è questa puzza?” A palazzo il re convocava immediatamente il suo servo avvocato e gli intimava di scrivere una legge, per la quale, nel regno incantato, era proibita la puzza; poi il Re si affacciava al balcone, e sorridendo con tanti denti tutti giovani, diceva agli astanti: “Vi prometto che tutto profumerà.” E si sollevavano cori di “Grazie!”, ululati di speranza, acclamazioni e giubilo. Qualunque fosse stato l’urlo del risveglio, una promessa del Re era capace di rimettere ogni cosa a suo posto, e se così non fosse stato, il re sapeva che sarebbe bastato esporre lo gnomo, affinché l’odio si riversasse su di lui, che di certo avrebbe trovato un’idea punitiva, un insulto, o una norma idiota da applicare per farsi detestare, ridando lustro alle promesse del Re. Quando tutto sembrava scordato, chi aveva osato ridestarsi veniva marchiato col segno dell’orco e spedito a vivere una vita distante, fatta di licenziamenti e di fame, di censura e di prigionia. Una prigionia senza prigione, la più crudele che ci sia.

Gli orchi si ritrovavano alla sera, ormai del tutto svegli e coscienti, e parlavano del regno incantato, della puzza che impediva loro di respirare, della nausea che provavano non riuscendo a capacitarsi del fatto che ci fosse chi riuscisse a fingere di non essere disgustato per i miasmi, solo perché il re glielo aveva proibito per legge. Ma la puzza aumentava di giorno in giorno, di pari passo con la fame, col lavoro che non c’era e con la povertà che anziché rendere tutto il popolo uguale, lo segnava semmai più diverso, ognuno intento a illudersi che il suo vicino, in fondo, stesse assai peggio di lui. E chi non riusciva a restare incantato, diventava un orco anche lui.

Fu così che dopodomani, gli orchi stanchi e inferociti decisero di contarsi: “Uno!” disse il primo. “Due” il secondo e via, via, il contare si rincorse di casa in casa, di orco in orco, fino a quando i numeri divennero così grandi da esser difficili da dire. Finita la conta, il primo orco prese il forcone, e poi il secondo, e poi il terzo e il milionesimo, e in men che non si dica si ritrovarono sotto la reggia, a smontare diamanti e fondere l’oro, guardando bene sotto le sedie, caso mai ci si fosse nascosto lo gnomo oppure il Re.

E quando finalmente arrestarono il re e i cortigiani, gli orchi presero il potere del regno, che divenne la terra del disincanto. Tutti sarebbero stati liberi di sentire la puzza, e chi puzzava sarebbe stato obbligato a lavarsi, la fame sarebbe stata bandita assicurando ad ognuno un lavoro, e fu subito chiaro che sarebbero state abolite le prigioni senza le mura, restituendo a tutti la libertà.

Gli orchi sapevano però che una cosa non avrebbero potuto fare: restituire la dignità a chi non l’aveva avuta mai.

E tornarono a vivere da uomini nella vita reale.

 

Rita Pani (Brevissimi … dedicato)

One response on “Il paese del disincanto (Favola per Lucrezia)

  1. Bello come sempre ! come in tante favole il re doveva combatttere con altri frateelli\cloni per mantenersi lo scranno\trono poi alla fine della fola? si scannano a vicenda da soli ripulendo quella puzza che è veramente stomachevole!? grande Rita ti confesso che tornando mi sento ogni volta peggio sempre piu’ insodisfatto di ? non avere un carrarmato carico di missili!? saluti dal vecio!

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