Ho paura

Era mattina, appena sveglia, sedevo su una sedia di vimini in mutande e con la maglietta ancora sudata della notte. Fumavo una sigaretta, guardavo gli olivi fermi. Studiavo il vento della mia terra, attendendo con ansia il momento di arrivare in spiaggia. Poi ho aperto Internet nel telefono, e ho scoperto che a Nizza qualcosa era successo. Son tornata dentro, ho acceso la TV, mi si è stretto il cuore e ho spento. Sono andata al mare.

La gente sotto gli ombrelloni parlava d’altro, del mare, del mangiare, dei bambini e dei cani. Qualcuno a voce alta raccontava le sue gesta, quelle fresche della sera prima: una guerra per uscir vivo dal ristorante dove aveva mangiato pesci arrosto e bevuto vermentino fino quasi a scoppiare.

Verso sera, tornata dal mare, ho acceso ancora la TV, e ho seguito lo scempio che probabilmente per tutto il giorno aveva continuato a scorrere sullo schermo, in una trasmissione no stop.

L’indomani ancora al mare, sempre gli stessi ombrelloni, sempre gli stessi bambini, sempre le stesse battaglie per vincere sul cibo o sul vino, ma ogni tanto sentivo chiaramente parlare di “quelli là” che ci avevano portato la guerra in casa nostra, che non meritavano il nostro buon cuore: “noi che li trattiamo come pascià”.  Ho guardato altrove, ho mandato il pensiero lontano affidandolo al vento che piano s’alzava.

Oggi ho passato una bella giornata, in mezzo alla gioventù che conta qualcosa, che studia e s’impegna e che persino sogna, ho riso e sorriso, poi tornata a casa ho acceso il computer, ho letto i giornali, ho aperto la pagina di un Social network ed è stato come ritrovarmi ancora al mare, in Sardegna accanto ad altri ombrelloni: “La guerra ce l’hanno portata a casa. Lo dico da tempo, e mi dicono che sono razzista” è la prima cosa che leggo, a morti ancora caldi.

E di nuovo la gente illuminata – non razzista per carità – riprende ad inneggiare a Hitler, anela l’utilizzo del napalm, inneggia allo sterminio: “andrebbero ammazzati tutti.”

D’istinto inizio a digitare un commento, poi cancello, chiudo la pagina e apro questa per dire che sì: la guerra ce la stanno portando a casa. Ma non quelli là! La guerra ce la stanno montando questi qua. Questi che il virus della xenofobia lo hanno creato in laboratorio, e che lo stanno inoculando nei popoli europei attraverso la somministrazione di morti ammazzati, quasi sempre innocenti, purtroppo anche bambini. Una sorta di strategia della tensione, che servirà – io temo – a far digerire se non applaudire, all’inasprimento del fascismo che verrà. Ho paura per noi, e per l’ulteriore abbruttimento a cui stiamo andando incontro, ho paura per le vite dei giovani che oggi sognano e che non avranno un futuro di libertà. Ho paura di non poter più sopportare l’inasprimento del qualunquismo, e il cretinismo che velocemente si sta radicalizzando.

Ho paura per quelle vite scappate a morte certa, che vivranno da schiavi in una società sempre più povera e miserabile.

Ho paura per tutti coloro che vorrebbero cospargere le vite altrui di napalm, perché forse non sanno di quelle vite ricoperte e finite sotto il fosforo bianco, sotto le bombe della democrazia esportata, annegate nel mare nero della speranza, dimenticate perché sostituite con altra morte. La nostra.

Rita Pani (APOLIDE)