“Chiamami papy!”

Da un certo punto in poi, il genere umano ha iniziato a nascere con un codice a barre stampigliato sulla schiena. Non nascevamo più bambini, eravamo solo consumatori. E per consumare ci vogliono i soldi.

La madre che prostituisce la sua bambina, o la bambina (che a quattordici anni donne non lo sono davvero) che ha bisogno della cocaina, lasciano un certo sgomento, ma mai tanto quanto ne lascia sapere che c’è qualcuno che queste bambine se le compra per poterle usare.  “Chiamami Papy”, pare fosse un modo per eccitarsi di più, e allora qualche domanda affiora.

La prima fra tutte: “Che ne è stato del mondo che volevamo salvare? Che ne è stato di tutte quelle battaglie sull’emancipazione della donna, sulla parità dei sessi, sull’essere che era meglio dell’avere?”

E se capita che siamo madri, si guardano le nostre figlie sperando che sia stato abbastanza quello che le abbiamo insegnato, che sia stato abbastanza attento lo sguardo posato a vigilare da lontano, che siano state sufficienti le parole che sapevamo annoiarle, quando doverosamente provavamo ad insegnare che la vita è una conquista, che per vivere bisogna imparare a sopravvivere, e che al mondo bisogna starci col rispetto di sé stessi e dell’altrui. Anche essere madri è stata per noi un propaggine dell’assurda lotta per far di questo mondo, un mondo migliore. Eravamo illuse che contribuendo ad offrire al mondo persone per bene, queste avrebbero potuto in qualche modo essere utili alla causa, alla civiltà.

Evidentemente non siamo stati capaci. Hanno vinto loro, gli altri, quelli che questo mondo l’hanno ridotto peggio di una cloaca.

Ha ancora senso insegnare ai nostri figli ad essere “persone”? Condannarli a vivere all’angolo di un mondo che pare voler sbranare chi ancora ha in sé il senso minimo della moralità o della semplice civiltà? Dobbiamo ancora insegnare “i sentimenti”, a guardar le persone per quel che sono e non per quello che un domani potrebbero procurarci.

Non è semplice rispondersi onestamente, perché è facile d’istinto dirsi: “Sì!” noi che ancora si il retaggio di una coscienza etica e civile.

Non è semplice in quest’epoca in cui l’essere “Papy” è quasi un mito. Pagare per possedere bambine è un sogno spesso solo irrealizzabile per la mancanza di danaro guadagnato con facilità, rubando, corrompendo, frodando;

Non è semplice far credere alle nostre figlie che sia meglio faticare per vivere, studiare per poter sapere, lavorare per poter essere fieri delle piccole cose che andremo a possedere. Non è semplice spiegare l’orgoglio del sacrificio, quando l’esempio insegna con voce più forte che vendendo il proprio corpo, si può avere la macchina di lusso, le foto sui giornali, una carica da Ministro, tutte le scarpe del mondo nell’armadio, e la vita spensierata di chi, nella vita, importa solo di sé.

 

Rita Pani (APOLIDE)