Avanzi, Savoia!

L’ultima scenetta ridicola di un paese ormai dimentico, che doveva passare il confine dello stato in sordina, ha una fanfara di bersaglieri ad intonare “Il silenzio”. Ha le TV al seguito e un’orda di giornalisti per lo più ignoranti, che col tanto giusto di servilismo gossiparo da sfoderare di fronte al “vip”, riesce a dare a un nulla facente (e pure assassino, è bene non scordarlo) il titolo di “erede al trono”.

Basterebbe questo, per farsi una risatina cinica e amara, ma non c’è limite; si dà inizio alle dichiarazioni più o meno aberranti del popolo comune e di chi a vario titolo si candida a governarlo.

Il resto della commediola si scrive da sé, come spesso accade in questo paese ignorante, con le prese di posizione da divulgare e condividere, con le bestialità che di solito si producono quando si vuol mostrare di sé la nobiltà e il candore dell’anima, per apparire con le parole più belli e luminosi di un selfie ritoccato.

È un paese rotto che sarà difficile aggiustare il nostro, un paese senza palle e senza orgoglio, se l’unica obiezione che si sente da “sinistra” alla farsa del ritorno di questi avanzi di Savoia, è farsi carico di aver conto dell’uso di un aereo di stato. È davvero quello il problema, e non la perdita di memoria e l’oltraggio a settant’anni di storia?

Non so, sinceramente. In Italia i voli di stato si sono usati per aviotrasportare le prostitute da usare in cene eleganti, per portare persone allo stadio o agli eventi sportivi, per portare le orate appena pescate in cima a una montagna la notte di Natale; direi che di tutti gli usi che se ne sono stati fatti, questo poteva essere il meno osceno.

Quello che invece trovo ripugnante,  è l’uso propagandistico che delle ossa di un traditore hanno fatto i fascisti, secondo i quali, questa nuova barzelletta che per far ridere la devi capire bene e fino in fondo, “è un ulteriore passo verso la pacificazione del paese, dato che l’odio – cito testualmente – non è una categoria della storia e della politica.”

Ecco, perdonate quindi, se me ne frega nulla del volo di stato, del prefetto in pompa, della fanfara dei bersaglieri, del cronista un po’ minchione che non sa che non c’è nessun trono da ereditare, in una Repubblica democratica. Concentro la mia preoccupazione sul passo in più compiuto dal fascismo, che brandendo pacificazione non ha più vergogna di apparire, di scendere in strada a spaccare teste, a minacciare la libertà del cittadino o della stampa, che a colpi d’odio ricaccia indietro nel mare le persone mandandole a morire, che tiranneggia laddove può, che non si traveste nemmeno più, ma si mostra nero e abbietto per quel che è.

Settant’anni di storia si stanno cancellando, grazie all’ignoranza di stato che ha smesso di insegnare la storia e che non ha le palle o la convenienza per riscriverla, chiara come deve essere. È anche grazie alle opere malvage di quel mucchietto di ossa che ancora oggi, in Italia, il fascismo non è un’opinione ma un reato. Un reato che dovrebbe essere perseguito.

Rita Pani (APOLIDE)