Altre scarpe rosse

Non mi son mai piaciute quelle scarpe rosse che campeggiano nelle vetrine dei Social il 25 Novembre e l’ 8 marzo, odorano di detersivo da coscienza e di umanità, ma come quando troppe anime stanno insieme in una stanza chiusa.

Soprattutto perché sempre più spesso, quando una donna viene uccisa dall’ignoranza psicopatica di un uomo, i giornali puntuali riportano l’ultima frase postata dalla vittima e quella del suo assassino. Lei di solito ha paura, lui invece preannuncia l’attacco.

Detesto la valanga di commenti sdegnati, insulti, maledizioni e iatture che puntualmente spuntano a valanga sulle pagine Social di questi assassini psicopatici, e mi sconvolge il silenzio di quelle migliaia di contatti, che forse troppo frettolosamente, chiamiamo amici.

Per non parlare dell’amore che scivola a valanga sui profili delle malcapitate, che fino ad allora avevano avuto il sostegno minimo sindacale, fatto di cuoricini, abbracci e bacini.

Mi irrita la percezione di questa solidarietà da lontano, che di solidale non ha nulla, nemmeno l’istinto di avvisare le forze dell’ordine, cosa che invece risulta facilissima a chi, sempre sui social, si sente offeso per una battuta, o per il solito innocuo idiota, che nascosto da un monitor più che dai baffi finti, si finge un uomo di quelli forti, con tutti i muscoli ma senza cervello.

Ho notato anche, che di solito le valanghe d’amore attendono la morte della vittima per cominciare a scorrere, quasi che solo la morte di una donna la renda vittima, e non la lenta tortura a cui per anni – magari – è stata sottoposta. Anni di agonia ignorata da questo mondo spesso falso nel quale spesso si sta per allontanarsi da quello reale, difficile da sopportare.

Bisognerebbe prestare più attenzione a quello che leggiamo, al disagio che percepiamo, e bisognerebbe tornare a domandare alla gente: “Hai bisogno? Posso fare qualcosa per te?” anche temendo d’esser “mandati a fare in culo”, d’esser presi per impiccioni, d’esser bannati e cancellati (cosa che ho scoperto può provocare sofferenza ed innescare faide telematiche) ma domandarlo veramente, restando pronti a fare qualcosa di più, che non mostrare un’orribile scarpa rossa, quando una donna non la potrà indossare più.

Rita Pani (APOLIDE)

 

 

 

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