Aisha, smetti di annegare

C’è un vecchio molto abbronzato, ed ogni piega della pelle è un tratto bianco. Bianchi gli occhiali da sole, di plastica da maltrattare. Bianchi i capelli pettinati all’indietro. Io sto dentro l’acqua e sembro indecisa se gettarmi oppure no. L’uomo mi guarda e ammicca, come deve aver fatto troppe volte negli anni: “coraggio, non è fredda!” Tolti gli occhiali ha anche gli occhi cerchiati di bianco, laddove il sole non è riuscito a passare, e riposti nel taschino posteriore del costume, raccoglie acqua a grandi manate. Prima i capelli indietro, poi il segno della croce e piano scivola dentro il mare. Due o tre bracciate e mi sorride ancora: “venga che è calda, si lasci andare!”

 

Una donna saltella, e saltella, con gli occhiali da sole anche lei. Una bambina annaspa, tenendo male un cilindro galleggiate. La donna saltella e conta a voce alta: ” e tre e quattr e cinquesei”. Saltella di lato, avanti e indietro, dentro l’acqua che le cinge l’addome. La testa della bimba riemerge, e annaspa, annaspa. E cinquesei. La donna non smette di saltellare: ” E tre e quattr, Aisha mì che stai affogando, tornatene a riva, e tre e quattr.” La bimba ha ripreso il controllo del cilindro, e riprende a muovere le gambe al ritmo della mamma. “Brava Aisha, fai fitnis e se affoghi tornatene a riva.”

 

Il vecchio ha rimesso gli occhiali, e con un cenno mi esorta. Lui non sa che io stavo rubando spiccioli di vita, di Aisha che affogava e della sua mamma fitness e senza gesti atletici, che credo di non potermi permettere, mi lascio ingoiare dal mare.

La donne con i capelli pettinati stanno in piedi, l’una di fronte all’altra, hanno freddo dicono, ma invece stanno solo pisciando. Sono finti i loro discorsi, senza né capo e né coda, e alla fine si abbassano un po’ salvando l’impalcatura lasciata dopo una notte di strazio di bigodini.

 

È pieno di cose il mare d’agosto. Di gente e di vecchi, di mamme e di bimbi. Di ombrelloni ripiegati, di odori di creme e profumi di frutta. Di gente che non si arrende, di chiacchiere dotte e amenità.

 

La donna sulla sdraio racconta gli sprazzi di vita di suo figlio, che un tempo era calciatore. Di quando parve che il piede gli si fosse staccato dalla gamba, e dell’ambulanza che lo portò via dal campo. E di quella volta che, povero figlio, si spezzò una spalla. “I medici dissero che una frattura così brutta, non l’avevano vista mai”. Ora però pare si sia calmato, e lavora in un ufficio, ma la mattina non rinuncia al suo corpo – dice la donna – si alza alle sei e va a correre e quando torna guai se non gli ho preparato la colazione. Capace che non mi parla per tutto il giorno. (Povero figlio)

 

Preferisco il mare a Settembre. D’agosto è davvero troppo pieno. Ma mi piace rubare. Rubo i sorrisi dei bimbi, liberi e infarinati. Quelli che vengono da te a prendersi una scarpa, o a chiederti: “Come ti chiami?” Mi piace rubare attimi sereni, ed ascoltare persino un bimbo che piange, perché il suo pianto è soddisfazione e stanchezza, forse appetito.

 

Mi piace persino rubare Aisha che annega al ritmo forsennato imposto da sua madre che al tempo non s’arrenderà mai.

 

Rita Pani (BREVISSIMI)